| Quaderni di birdwatching | Anno VII - volume 13 - aprile 2005 |
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testo e foto di Daniele Occhiato |
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Mentre fino a pochissimi anni fa si poteva ancora pensare che fotografia digitale e fotografia analogica potessero seguire due binari distinti, cioè essere devote a diversi campi d'azione, attualmente non vi è motivo alcuno per non applicare il digitale a qualsiasi tecnica fotografica. La qualità dei sensori e dei softwares si è talmente sviluppata che persino lo still life ed il ritratto, che sembravano essere il limite irraggiungibile per il digitale, non sono più un problema, grazie ai sensori da 16 o addirittura 24 milioni di pixels delle reflex più recenti. |
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Vediamo ora un esempio pratico: le due foto di Tottavilla qui sopra sono state scattate a distanza di una settimana, nel medesimo luogo ed alle stesse condizioni di luce, entrambe con un 500 mm f/4 stabilizzato ed il moltiplicatore di focale 1,4X, la prima con una reflex analogica e pellicola da 100 ISO, la seconda con una reflex digitale da 6 milioni di pixel e ISO 100. A questa risoluzione non si notano particolari differenze qualitative; se, tuttavia, analizziamo particolari ingranditi (100%) della testa e di un'ala, non possiamo fare a meno di notare la migliore definizione, pulizia e nitidezza del file digitale rispetto a quello analogico (seppur digitalizzato tramite scanner per diapositive) e l'evidente grana di quest'ultimo rispetto alla completa assenza di rumore di fondo del digitale. |
Da quanto detto, appare evidente che lo svantaggio principale del digitale risiede ancora nel numero di pixels del sensore, il quale determina la dimensione finale della stampa. Infatti, poiché la risoluzione generalmente adottata per la stampa delle foto digitali è di 300 dpi (punti o pixel per pollice), per avere una buona stampa 20x30 cm con questa risoluzione occorre adoperare una reflex con almeno 8 milioni di pixel e qui i costi, per gli standard attuali, cominciano a lievitare. Infatti, oltrepassata la soglia degli 8 milioni di pixel, per l'acquisto di una reflex digitale occorre sborsare svariate migliaia di euro.
Il secondo problema legato al digitale risiede nel formato del sensore: praticamente tutte le reflex digitali, a parte pochissimi modelli ultracostosi, presentano un sensore più piccolo del canonico 24x36 mm, ciò che comporta un fattore d'ingrandimento (o moltiplicazione) nell'immagine finale, variabile secondo la marca e il modello, compreso tra 1,3X e 1,6X. Questo fattore d'ingrandimento comporta che, ad esempio, un 300 mm f/2.8 moltiplicato per 1,6 diventi un 480 mm, per giunta con la stessa apertura di diaframma e stessa minima distanza di messa a fuoco; ciò è sicuramente un vantaggio per i fotonaturalisti, che si vedono aprire nuovi ed insperati orizzonti. Tuttavia, allo stesso modo, un supergrandangolare da 21 mm diventa solo un 34 mm, rendendo meno felici i patiti della foto di paesaggio.
Un'altra conseguenza, meno nota, legata alle dimensioni del sensore, riguarda gli stessi pixels: infatti, un sensore da 8 megapixel, con fattore di moltiplicazione di 1,6X, contiene pixels di dimensioni minori rispetto ad un sensore sempre da 8 megapixel ma con fattore di moltiplicazione di 1,3X, in quanto il primo, che è un sensore più piccolo, deve contenere lo stesso numero di pixel di uno più grande. Ora, poiché pixel più grandi ricevono e assorbono una maggior quantità di luce rispetto a pixel più piccoli, ciò comporta che un sensore più piccolo (ad esempio uno con fattore di moltiplicazione di 1,6X) deve assorbire più luce per formare un'immagine con la stessa qualità di una proveniente da un sensore più grande. Per ovviare a ciò, i fabbricanti ricorrono ad una soluzione di compromesso, amplificando il segnale elettrico proveniente dal sensore. Il rovescio della medaglia, però, è un aumento del "rumore di fondo" nell'immagine proveniente da un sensore "amplificato" rispetto ad una proveniente da un sensore di maggiori dimensioni.
Il vero tallone d'Achille delle reflex digitali, allo stato della tecnologia attuale, risiede nell'incredibile facilità con cui il sensore si ricopre di polvere e residui vari e che si manifestano come fastidiosissimi puntini neri sparsi qua e là nell'immagine. In realtà il problema non è poi così grave, fin quando questi punti neri non sono troppi, poiché con una modestissima perdita di tempo ed un po' di esperienza si possono eliminare completamente col fotoritocco (ad esempio in Photoshop utilizzando lo strumento "timbro clone"). Tuttavia, il risultato dell'eliminazione "elettronica" a volte non è del tutto soddisfacente, poiché dipende dalla localizzazione dei punti neri nel contesto dell'immagine: ad esempio, non è facile eliminare un grosso punto nero posizionato proprio sull'occhio del soggetto, perché in seguito va ricostruita la porzione d'immagine sottostante (l'occhio); è molto più facile ricostruire una superficie uniforme o uniformemente screziata.
La pulizia del sensore è, al contrario, un'operazione estremamente delicata, da eseguire con la massima attenzione possibile e con il giusto materiale, per evitare di graffiare il filtro coprisensore e dover poi sborsare fior di quattrini per la sua sostituzione. Le correnti di pensiero sono tre: utilizzo di pompette che soffiano aria ad alta pressione direttamente sul sensore, utilizzo di speciali pennellini con setole sintetiche ultrasottili che creano attrazione elettrostatica oppure utilizzo di salviette speciali imbevute di metanolo puro al 100%. Il primo sistema, a mio parere, è il meno efficace se non addirittura controproducente, in quanto spesso toglie via un po' di polvere dal sensore, ma altrettanto ne manda sopra spostandola semplicemente dalle zone adiacenti! Inoltre, i granelli di polvere spesso s'insinuano in modo così radicato sul filtro coprisensore che nemmeno il soffio d'aria più potente riesce ad eliminarle. Il secondo sistema, cioè l'uso di pennellini sintetici antistatici, è recente e ancora poco usato; sembrerebbe funzionare bene ma va eseguito con cautela per non graffiare il sensore. Secondo alcuni non riesce ad eliminare completamente la polvere. Pennelli di questo tipo si possono ordinare solo su Internet. Il terzo sistema, a mio parere l'unico che, se usato ad arte, permette di eliminare il 100% della polvere, prevede l'utilizzo di salviette speciali di fibra naturale pura al 100%, avvolte in speciali spatoline (Sensor Swipe) di dimensioni variabili a seconda del sensore, ed imbevute di 3-4 gocce di metanolo puro al 100%. Il metanolo evapora molto rapidamente pertanto l'operazione di pulizia deve essere rapida per evitare di passare la salvietta asciutta sul sensore. Ogni salvietta va adoperata per una sola passata sul sensore, altrimenti la polvere accumulata vi si deposita nuovamente, con una pressione non troppo lieve (pulizia inefficace) ma nemmeno troppo energica (danni al sensore). Per una buona pulizia ci vuole un po' di pratica: inizialmente è bene non fare troppa pressione e vedere cosa si ottiene; alla fine si riuscirà a pulire completamente il sensore utilizzando una sola salvietta. Non è facile reperire questo materiale; la spatolina può essere ordinata negli USA tramite internet ma può anche essere autocostruita con del materiale plastico: la sua larghezza deve essere di poco maggiore della metà dell'altezza del sensore, deve essere spessa circa 3-4 mm e deve avere la parte terminale a "V" rovesciata, in modo tale che si possa utilizzare la salvietta da entrambi i lati, facendo una prima passata sulla metà superiore del sensore ed una seconda, girando la spatolina, sulla metà inferiore. In ogni caso, è bene ribadire il rischio che si corre utilizzando una salvietta non idonea, in quanto si può graffiare irrimediabilmente il sensore il quale andrà poi sostituito. Le migliori salviette per questo genere di pulizia sono le Pec Pad, mentre il metanolo puro al 100% si trova in bottigliette da 59 ml (soluzione Eclipse); entrambe sono prodotte dall'americana Photographic Solutions INC ma, poiché il metanolo puro al 100% è altamente infiammabile e non può essere spedito per via aerea, questo materiale può essere ordinato in Italia presso la milanese Shades International srl (shadesdirect.com). Altre informazioni molto utili su questo sistema di pulizia del sensore si possono trovare all'indirizzo: www.pbase.com/copperhill/ccd_cleaning, dove può anche essere acquistata la spatolina (Sensor Swipe), ma non le salviette ed il metanolo (al di fuori degli USA). Come si fa a vedere se il sensore è stato pulito correttamente? Basta chiudere il diaframma al minimo valore, ad esempio f/22, e scattare al cielo azzurro (o una schermata uniforme azzurra sul computer). Una volta scaricata la foto nel computer, aprire Photoshop e cliccare su Immagine – Modifica – Auto Contrasto; in questo modo l'immagine è amplificata e si vedono tutti gli eventuali puntini neri rimasti.
Il dilemma si presenta prima o poi a tutti i possessori di reflex digitali: meglio foto veloci da scrivere e che occupino poco spazio sulle schede di memoria e siano facilmente gestibili per il fotoritocco (JPEG) e l'archiviazione oppure foto più pesanti, lente e complicate da gestire per il fotoritocco ma di qualità migliore (formato nativo o RAW)? Il fotoamatore probabilmente sceglierà il primo, il professionista o l'amatore evoluto utilizzeranno quasi sicuramente il secondo... |
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Lo svantaggio principale del RAW, oltre alle dimensioni dei files piuttosto grandi (che richiedono schede di memoria capienti, da 1-2 Gb), sta nel fatto che, per visualizzare e modificare queste foto occorre un programma apposito fornito con la fotocamera stessa, senza il quale non è nemmeno possibile visualizzarle al computer.
Nella fotografia digitale, come sappiamo, non esiste pellicola e le immagini sono immagazzinate nelle schede di memoria, le quali sono presenti in diverse tipologie (Compact Flash, Secure Digital Card, Micro Drive, Smart Media, eccetera) e con capacità che vanno dai 16 Mb fino a 4 e addirittura 8 Gb (sebbene i prezzi di queste ultime siano davvero esorbitanti). Per l'uso con le reflex digitali, le quali hanno oramai almeno 6 milioni di pixel, la minima capacità di partenza dovrebbe essere 512 Mb se si fotografa in JPEG, o 1-2 Gb se si fotografa in formato nativo, i cui files sono molto più pesanti e occupano più spazio. Ovviamente, se siamo abituati a scaricare le foto sul computer tutte le sere, di queste schede ne bastano una o due; se, però, scattiamo veramente molto ed in formato nativo, allora bisognerebbe avere sempre dietro una capacità di almeno 4 Gb per giornata.
Come ho detto nel paragrafo precedente, nelle reflex digitali il monitor LCD serve solo per rivedere le immagini riprese e controllarne la buona riuscita. Tuttavia, non bisogna fidarsi troppo dell'immagine fornita dal monitor, giacché questa può essere influenzata da due fattori: la luce ambiente e l'impostazione della sua luminosità (nelle fotocamere che ne permettono la regolazione). Per quanto riguarda il primo punto, più intensa è la luce ambiente, meno leggibile è il monitor LCD, ma per risolvere almeno parzialmente questo problema basta spostarsi all'ombra o quantomeno cercare di schermare il monitor con la nostra figura. |
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Se nell'istogramma è presente un picco localizzato totalmente a sinistra o a destra, vuol dire che nell'immagine è presente una piccola zona totalmente nera (sottoesposta) o totalmente bianca (sovraesposta), ma questo non vuol dire che la foto nel suo insieme non sia correttamente esposta. |
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Se, però, la maggior parte dei livelli di luminosità è disposta verso sinistra o verso destra, vuol dire che nella foto sono presenti, rispettivamente, ampie aree sotto o sovraesposte. |
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Bisogna, tuttavia, stare attenti anche a comprendere bene l'istogramma: in realtà, con l'eccezione di un istogramma totalmente spostato verso destra (sovraesposizione) o verso sinistra (sottoesposizione), non ne esiste uno di per sé sbagliato, esso mostra semplicemente i livelli di luminosità così come sono presenti nell'immagine. Ad esempio, se consideriamo la foto di un paesaggio innevato immerso nella nebbia, l'istogramma che si ottiene è quasi interamente spostato verso destra, ma ciò non significa che la foto sia sovraesposta; analogamente, una foto notturna con una bella luna piena luminosa avrà un istogramma quasi tutto spostato verso sinistra, ma la foto non è sottoesposta! Quindi, l'istogramma va valutato considerando il contesto dell'immagine stessa.
Le batterie delle reflex digitali, al contrario di quanto accade nelle compatte, durano molto più a lungo; si possono, infatti, scattare fra i 500 e i 1000 fotogrammi secondo il modello di batteria e di fotocamera. In alcuni modelli di punta si può perfino arrivare a 1200 – 1400 scatti per singola carica di batteria. |
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