Quaderni di birdwatching Anno VIII - volume 16 - ottobre 2006

Parliamo di...

Titolo
adulto, inverno 2005


The Lammergeier is back: its history, between present and future
The Lammergeier is unique among vultures for its surprising flight abilities, and is extremely fit for living in the mountains. However, between the 19th and 20th century it had disappeared from the Alps, mostly because of the increasing human disturbance. The authors report of the reintroduction project, started in 1986, which involves four countries: Austria, Switzerland, France and Italy. Its success (110 free-living birds, 33 of which born in the wild) is due to the participation both of local people and of visiting birders and ornithologists, who collaborate in monitoring the birds.


        LA STORIA DEL GIPETO, questo grande e affascinante avvoltoio, parte dalla notte dei tempi, quando la presenza dell'uomo sul pianeta non era ancora una realtà. Circa 20 milioni di anni fa varie specie di avvoltoi erano presenti sulla Terra, legate principalmente ai grandi erbivori selvatici che vivevano nei vari ambienti. Si conoscono fossili di avvoltoi ben più grandi degli attuali, poi scomparsi insieme a tutta la megafauna del Terziario, insieme cioè al mammut, al mastodonte, allo smilodonte, al megaterio...

        Da questi progenitori si sono evoluti il Grifone e il Monaco, legati a condizioni meteorologiche che permettono lo sviluppo delle correnti ascensionali, uccelli pesanti e meno agili, e il Gipeto che invece ha potuto sviluppare una capacità di volo straordinaria, superiore persino a quella dell'Aquila reale, con la quale condivide lo stesso habitat: la resistenza nei lunghi voli battuti, la capacità di sfruttare il vento per librarsi fra creste e vallette, l'ampia superficie alare e la lunga coda per poter effettuare virate repentine fanno di questo animale un vero virtuoso dell'aria. Si rimane estasiati dal suo volo leggero, dalle sue lunghe virate per sfruttare le termiche montane, non sempre così ampie e potenti soprattutto d'inverno, e dalle sue evoluzioni capaci di mantenere a distanza anche aquile adulte.

 

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"Roubion", rilasciato nel Parc national du Mercantour nel 1999, fotografato nelle Alpi Sud-Occidentali nell'aprile 2005

        Un animale adatto all'ambiente montano, anche per le sue peculiari capacità di sfruttare ogni possibile risorsa alimentare: soprattutto bovidi montani, cervidi, ma anche carogne di altre specie più piccole; poco esigente, in grado di digiunare per diversi giorni, ma pronto a riempirsi il gozzo per mangiare più in fretta possibile, prima che altre specie sopraggiungano. Abbastanza opportunista per cogliere le occasioni che i vari predatori creano con la loro caccia, lasciando sul terreno i resti delle prede, come talvolta fanno il lupo e l'Aquila reale; tale interessante interazione si può di nuovo osservare sulle Alpi, dove una parte degli equilibri naturali precedenti allo sviluppo dell'uomo moderno sembrano ormai ricostituiti.

        Si pensi poi alla mortalità invernale delle popolazioni di stambecco e camoscio ad opera della valanghe, che lascia a primavera risorse trofiche quasi inaccessibili via terra, incassate in valloni ripidi e sperduti, sfruttabili soltanto se si dispone della capacità di volare, ma anche della forza per poter strappare la spessa pelle e per recidere i tendini, delle dimensioni e degli adattamenti per ingoiare ossa pressoché intere. Certamente ancor oggi le maggiori densità di Gipeti vengono raggiunte là dove vivono lo stambecco e il camoscio, oppure grandi mandrie di ungulati domestici, e non a caso le prime coppie insediatesi dopo il ritorno della specie sulla catena alpina si sono stabilite in zone dove è presente lo stambecco.

        In effetti se da un lato l'uomo ha contribuito al suo declino, dall'altro in alcune aree del mondo permette la vita a popolazioni anche importanti, come accade ad esempio in Medio Oriente e in Asia, dove vivono milioni di pecore e capre domestiche. In cambio il Gipeto fornisce un importante contributo nel limitare la diffusione di malattie, consumando le carogne rimaste sul terreno, e si spinge anche più in là, perché la capacità di digerire le ossa, da cui trae sostanzioso nutrimento, gli permette di sfruttare risorse alimentari che rimarrebbero a lungo sul terreno, a calcinarsi al sole.

        Come per altre specie, più che mai il suo destino è legato al nostro, la sua sopravvivenza alle nostre attività, ai nostri interessi e, a volte, capricci. Nel bene e nel male la popolazione iberica, ad esempio, dipende in buona parte dai programmi di alimentazione che, rifornendo i carnai, provvedono affinché anche le altre tre specie di avvoltoi godano di ottima salute.

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adulto, inverno 2005

        Ma torniamo alla sua storia. Dopo aver vissuto per milioni di anni modificando a poco a poco la sua biologia, le sue abitudini alimentari e la sua capacità di sfruttare le poche risorse di un ambiente selettivo come la montagna, il Gipeto, al pari di molti animali preistorici, dovette fare i conti con l'arrivo dell'uomo; l'estinzione dei maggiori erbivori e carnivori del Pleistocene ad opera dei primi cacciatori-raccoglitori, arrivati al punto di relegare la fauna di grandi dimensioni sui rilievi eurasiatici e nelle regioni più inospitali, limitò la presenza dell'avvoltoio barbuto alle grandi catene montuose dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa. Nel nostro continente l'areale di presenza storico va dalla Penisola Iberica ai Balcani, ma già negli ultimi due secoli, seppure sia massima la densità di ungulati domestici, la sua distribuzione geografica accusa una contrazione.

        Soprattutto la perdita di risorse trofiche, con la diminuzione degli ungulati selvatici, e la persecuzione diretta condotta dall'uomo in montagna, dove si verifica un'esplosione demografica con un massimo nel XIX secolo, fa sì che la specie avvii la sua fase di declino, fino alla totale scomparsa dalle Alpi ai primi del '900. Non c'è spazio per il Gipeto nelle Alpi ottocentesche così come per altri grandi uccelli e mammiferi carnivori, e la specie non riesce a contrastare le perdite dovute alle catture per collezionismo, alle uccisioni dirette con armi da fuoco, alle campagne di avvelenamento contro i "nocivi". La sua biologia, evolutasi all'insegna del risparmio, della longevità, del basso successo riproduttivo e quindi di un lento ricambio degli individui riproduttori, nulla può nei confronti dei cambiamenti ambientali e culturali dell'epoca. Resiste però in altri distretti geografici, dove le "attenzioni" umane sono meno pressanti e la convivenza possibile.

        Passano alcuni decenni, le nostre montagne non sono più percorse dai voli silenziosi e leggeri di questo avvoltoio ma nessuno pare accorgersene, se non alcune persone, naturalisti affascinati dalla sua bellezza e ottimisti sulle possibilità di ritorno della specie. Ritorno che non avviene però per via naturale, attraverso la ricolonizzazione delle vallate da parte di giovani e immaturi provenienti da popolazioni naturali, rivelatesi troppo lontane per un loro efficace ruolo di serbatoio. Avviene per mano dell'uomo, unica specie in grado, entro certi limiti, di ritornare sui suoi passi, di riparare ogni tanto qualche piccolo tassello del puzzle della natura, dopo averlo martoriato e messo da parte.

        Il serbatoio a cui si fa affidamento consiste negli individui ospitati negli zoo e nei centri di riproduzione, capaci di adattarsi alla situazione di cattività e tutto sommato di proseguire il fine ultimo di ogni essere vivente: riprodursi e continuare la specie. Questa strada sembra la più promettente, a fronte di un più "tradizionale" prelievo in natura di individui selvatici, perché numerose sono le coppie in cattività e perché non viene intaccata alcuna popolazione autoctona.

        Anche la valutazione della realtà ambientale fornisce un quadro incoraggiante, poiché la pressione antropica è calata rispetto a ottanta anni prima, la gente sembra aver maturato una diversa sensibilità ai problemi ambientali, la presenza di ungulati selvatici è ben distribuita. Questi tre fattori, uniti all'adattabilità del Gipeto, risulteranno vincenti oltre ogni aspettativa.

 

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Trasporto dei Gipeti sul sito di rilascio, Parco Naturale Alpi Marittime

        Iniziano lunghi anni in cui vengono programmati e avviati tentativi di rimescolamento genetico, trasferendo i vari riproduttori da uno zoo all'altro fra i 39 coinvolti, fino al raggiungimento di un numero di pulcini ritenuto sufficiente allo scopo, cioè il rilascio in natura con il metodo dell'hacking. Questo metodo consiste nella liberazione in siti idonei di giovani non ancora in grado di volare, già abbastanza cresciuti da non dipendere più dai genitori per lo smembramento del cibo, e prossimi al grande balzo: il loro primo volo. Si scommette anche sulla capacità dei giovani inesperti di provvedere a se stessi una volta lasciata l'area di rilascio.

        A partire dal 1986 in maggio o giugno 6-8 giovani Gipeti vengono trasferiti sui quattro siti di rilascio: il Parco Nazionale austriaco degli Hohe Tauern, il Parco svizzero dell'Engadina e il Parco Nazionale dello Stelvio, e ancora il sito dell'Haute Savoie, i Parchi gemellati del Parc national du Mercantour e il Parco Naturale delle Alpi Marittime. Questi siti sono stati individuati in base ad alcuni criteri, quali l'equidistanza fra loro, in modo che possano fungere da efficaci punti di irradiazione degli avvoltoi, la ricchezza di fauna selvatica, la presenza di un'area protetta. Nelle quattro vallate alpine si fanno i preparativi per accoglierli, si organizzano festeggiamenti, escursioni, convegni in occasione del lieto evento, si coinvolgono appassionati e non, per far sì che la specie acquisti sempre più un ruolo sociale positivo, che la preservi in parte dai capricci umani attraverso la creazione di un rapporto anche affettivo. "Ho visto un Gipeto!" hanno potuto dire in questi anni con soddisfazione ed enfasi diverse migliaia di persone sulle Alpi.

        Durante la creazione di un legame è normale dare un nome agli animali, lo facciamo tutti, e perciò ogni Gipeto rilasciato ha un nome, scelto fra tante possibilità che a livello locale hanno un significato: un monte, un paese, un'associazione, un evento, un amico scomparso, talvolta uno sponsor, opportuna risorsa per la riuscita dell'operazione.

        Sono 144 gli individui rilasciati finora, ognuno ha la sua storia, chi non si fa più vedere, chi per solo poco tempo, molti si lasciano osservare più e più volte mentre volteggiano sopra le creste, magari a poca distanza sulla testa degli escursionisti stupiti e eccitati. Sono circa 110 quelli ritenuti presenti oggi sulle Alpi, e 33 i giovani finora nati in natura, un bel successo!

        Ed è anche sulla gente comune che questo progetto ha scommesso: sono infatti gli abitanti e i frequentatori della montagna, alpinisti, escursionisti, cacciatori, pastori che in questi ultimi 20 anni hanno fornito la maggior parte delle informazioni sugli spostamenti dei diversi Gipeti. Ma anche molti ornitologi e appassionati hanno inviato preziosi dati sugli spostamenti e sull'identità dei vari individui. Lo hanno potuto fare, fornendo importanti notizie sui singoli individui, perché al momento del rilascio si provvede a marcarli tramite la decolorazione di alcune penne delle ali e della coda, ottenendo una-tre macchie bianche asimmetriche visibili anche a grande distanza.

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"Paolo Peila", immaturo al IV anno, Alpi Marittime

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"Sereno", a destra, rilasciato nelle Alpi Marittime nel 2000, e "Montecarlo", rilasciato nel Parc national du Mercantour nel 2005, ripresi nelle Alpi Cozie meridionali

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"Blangiàr", immaturo al II anno, Alpi Marittime; notare le tracce di marcatura all'ala sinistra

 
        Mounier, femmina rilasciata nel 1993 nel Parco Nazionale del Mercantour, viene osservata certamente almeno 58 volte fino al 1996, va e viene nelle Alpi Occidentali fino a che si stabilisce nel Parco Naturale delle Alpi Marittime. Purtroppo verrà ritrovata senza vita sul versante francese, vittima di avvelenamento. Paolo Peila, chiamato così nel 2002 in ricordo di un appassionato ornitologo, vola a più riprese sulle cime delle vallate franco-italiane e torna più volte sul sito del suo primo volo, anche a distanza di tre anni. Quando sarà adulto sceglierà di fermarsi a poca distanza da "casa"? La scorsa estate, insieme a Blangiàr, ha tenuto compagnia ai due ultimi giovani rilasciati, MicheGabri e Cuneobirding, a dir la verità non sempre con gentilezza e premura verso i nuovi arrivati, anzi... A MicheGabri mancano le due timoniere centrali, dopo che è rovinosamente caduto su un albero a causa alle attenzioni di Blangiàr...

        Valdieri, femmina rilasciata sul versante italiano, viene osservata con certezza almeno 62 volte dal 1996 al 2003, quando sembra aver stabilito la sua dimora in una valle poco distante dal sito di rilascio, insieme a Firmin, maschio rilasciato nel Mercantour e probabilmente ancora oggi presente nel suo territorio. E ancora Jo e Margunet, ora sostituita da Tell, che si sono insediati nel Parco Nazionale dello Stelvio ed hanno già dato vita a 7 giovani Gipeti, l'ultimo dei quali si chiama Braulio-Stelvio ed è nato nel 2006, Assignat e Melchior che si riproducono dal 1996 in Alta Savoia e hanno dato il via alla seconda generazione di Gipeti: sono solo due delle 14 coppie attualmente riprodottesi sulle Alpi.

        Il Gipeto è un animale complesso, vive a lungo e di conseguenza impiega molto tempo per raggiungere la maturità e quindi la capacità di riprodursi; nei sette lunghi anni della sua giovinezza cambia più volte il piumaggio, fino a vestire l'abito da adulto, che lo renderà uno dei più bei avvoltoi del mondo. Ed è questo cambiamento che obbliga chi segue con trepidazione le sue sorti a trovare altri sistemi, oltre alla decolorazione delle penne, per identificare i singoli individui: l'apposizione di anelli metallici colorati, visibili però solo raramente in volo, la raccolta di penne per condurre l'analisi genetica, l'apposizione di radio satellitari per seguirne passo passo gli spostamenti, la fotografia. Sono queste le tecniche che permettono oggi di avere un quadro più preciso della situazione.

        Se da un lato non hanno volto e nome le migliaia di persone che hanno provveduto a eliminare il Gipeto dai nostri orizzonti, ritenendo allora che non ci fosse spazio per lui, sono ben identificabili le persone e i gruppi che hanno creduto nel suo ritorno; IUCN, WWF, Frankfurt Zoological Society, Istituto di parassitologia e zoologia dell'Università di Veterinaria di Vienna creano nel 1978 la Fondazione per la Conservazione del Gipeto (FCBV) che provvederà negli anni successivi a definire e coordinare il progetto di reintroduzione, attualmente attivo nei quattro Paesi alpini. Dal 2003 le operazioni di rilascio, il monitoraggio della popolazione selvatica e la divulgazione dell'esperienza sono finanziati da un progetto dell'Unione Europea, coordinato da Asters, e che coinvolge molte aree protette e associazioni in Austria, Svizzera, Francia e Italia, protagoniste peraltro già da 20 anni. Molte persone sono coinvolte in questo grande ritorno, gratificate anche dal successo che il progetto di reintroduzione ha avuto, uno dei migliori esempi mondiali di questo tipo, con una prospettiva futura buona, se non subentreranno altri fattori perturbanti imprevisti.

        Non sono tutte rose e fiori, come si usa dire. Ci sono ancora alcuni punti critici da risolvere, come ad esempio i fattori di mortalità legati alle infrastrutture umane, primi fra tutti i cavi delle sciovie e gli elettrodotti, alle attività ricreative sempre più diffuse e invasive in montagna, ai tentativi di avvelenamento rivolti ad altre specie, che stanno prendendo nuovo vigore con il ritorno del lupo sulle Alpi. Di certo non bisogna adagiarsi sugli allori, ma avere un po' di ottimismo sì: il Gipeto potrà deliziarci ancora con la sua presenza, potrà ancora svolgere la sua importante funzione sanitaria, potrà ancora avere un futuro nel grande scenario che la natura costruisce giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, seppure vincolato per sempre alla storia del genere umano e alle sue contraddizioni.

Approfondimenti

La sintesi annuale delle informazioni sull'andamento del Progetto Internazionale sono pubblicate in Italia dal Parco Naturale Alpi Marittime, grazie al contributo di tutti i partner nazionali ed esteri: a dicembre esce il bollettino InfoGipeto, oggi al suo 22° numero. Puoi scaricare il bollettino di informazione InfoGipeto in formato pdf su www.parks.it/parco.alpi.marittime.

Siti Web internazionali sul Progetto Gipeto

Progetto Life Nature "Il Gipeto nelle Alpi"
Monitoraggio e radiotelemetria
        Alcuni soci di EBN Italia e gli iscritti alla lista informatica hanno già contribuito a implementare la banca dati delle osservazioni, e in quanto persone generalmente con esperienza, hanno fornito dati di una certa importanza, che hanno permesso a livello locale di avere un quadro più preciso della situazione. Se hai occasione di osservare un Gipeto, compila e invia il modulo di segnalazione: fornirai preziose informazioni sugli spostamenti dei vari individui.

        A seconda della zona di osservazione i dati da te forniti verranno inviati al coordinatore locale, che saprà inquadrarli in una cornice più precisa, in quanto conosce bene l'evoluzione delle presenze di Gipeti nel suo territorio di competenza e ha spesso gli elementi per ipotizzare o determinare l'identità dei singoli individui.

        Sono importanti soprattutto le informazioni che provengono dalla vallate in cui non è ancora stata confermata la presenza di Gipeti, perché non è escluso che alcuni individui immaturi o subadulti stiano decidendo di stabilirsi in zone non coperte da osservatori.

        Contribuirai in tal modo al monitoraggio, indispensabile strumento per conoscere l'evoluzione della popolazione di Gipeto e per prevenire i rischi di disturbo o di mortalità, che potrebbero portare a nuove estinzioni locali. Per maggiori informazioni contatta il coordinatore locale più vicino alla tua "zona di influenza".


Il monitoraggio di una specie ad ampio areale ed alta capacità di spostamento come il Gipeto, è possibile soltanto attraverso sinergie fra i vari Stati interessati. Per questo motivo, nell'ambito del Progetto Life "Il Gipeto nelle Alpi" è stato creato un organismo di coordinamento, l'International Bearded Vulture Monitoring, che ha sede presso il Parco nazionale degli Alti Tauri (A), gestito e sviluppato dal dott. Richard Zink (monitoring@aon.at) e che gode della supervisione della Fondazione per la Conservazione del Gipeto (il cui Presidente è dal 2005 l'italiano dott. Paolo Fasce), e-mail: altore@fastwebnet.it.

Fanno parte di questo coordinamento molti Enti e in particolare per l'Italia:

Piemonte e Valle d'Aosta
Rete Osservatori Alpi Occidentali
(costituita da Enti e Associazioni con competenze territoriali diverse)
Parco Naturale Alpi Marittime - e-mail: parcalma.scientifico@tin.it
Parco Nazionale del Gran Paradiso - e-mail: info@pngp.it
Fanno parte altresì della Rete Osservatori Alpi Occidentali:
Parco Naturale Mont Avic, Parco Naturale Alpe Veglia e Alpe Devero, Parco Naturale Val Grande, Parco Naturale Alta Valsesia, Gruppo Piemontese Studi Ornitologci, Parco Naturale Orsiera Rocciavrè, Parco Naturale Gran Bosco di Salbertrand, Parco Naturale Val Troncea, Comunità Montana Val Pellice, Parco Fluviale del Po tratto cuneese, Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro, Imperiese, Corpo Forsetale Valdostano, Corpo Forestale dello Stato.

Alpi Centrali
Parco Nazionale dello Stelvio - e-mail: scientifico.lo@stelviopark.it
Corpo Forestale dello Stato - C.T.A. del P.N. dello Stelvio - email: cta.bormio@corpoforestale.it
Museo Tridentino di Scienze Naturali - e-mail: info@mtsn.tn.it

Alpi Orientali
Dr. Fulvio Genero - e-mail: genero@tin.it

NUOVO FORM PER LE SEGNALAZIONI (OCT 2007)

Indirizzo degli autori

Luca Giraudo
Parco Naturale Alpi Marittime - parcalma.scientifico@tin.it

Andrea Pirovano
Parco Nazionale dello Stelvio - andreapirovano@iol.it

Ringraziamenti

Si ringrazia Gabriella Nicolazzi per il fotoritocco di tutte le immagini.



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2006, Quaderni di birdwatching

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