Quaderni di birdwatching Anno VIII - volume 16 - ottobre 2006

Parliamo di...
Titolo
di Gianluca Serra

Migrating online with the Palmira Northern Bald Ibis
In an ongoing project to protect the very small population of Northern Bald Ibis (Geronticus eremita) still breeding in Syria, the author has now managed to place satellite trackers on three individuals, in order to discover their wintering territory. In this article he reports the fascinating story of this process, during which he had to overcome political and institutional difficulties (e.g., the wars in neighboring Iraq and Lebanon) with the help of BirdLife International and of the National Geographic Society, and the direct intervention of the Syrian First Lady. The findings are online on the RSPB web page.


        GLI IMPEDIMENTI POLITICO-ISTITUZIONALI che avevano ritardato negli ultimi tre anni la cattura degli Ibis eremiti (Geronticus eremita) di Palmira per dotarli di trasmettitori satellitari sono finalmente venuti meno grazie ad una operazione tenace e paziente guidata da BirdLife International e finanziata dalla National Geographic Society. Così la rotta migratoria dell'Ibis eremita del Medio Oriente, rimasta avvolta nel mistero fino a poche settimane fa, in questi giorni si sta lentamente svelando sulle pagine del world wide web...

        Se la popolazione globale di Ibis eremita è definita dalla World Conservation Society (IUCN), la massima autorità nel settore, come "gravemente minacciata di estinzione", la colonia relitta di Palmira si può certamente considerare come una "colonia fantasma" - ovvero con un piede già saldamente nella fossa. Confesso che come ornitologo-conservazionista mi sono posto il problema, all'indomani della scoperta, se valesse davvero la pena di investire altro tempo e fondi in questo caso disperato. Il disturbo antropico, la distruzione dell'habitat naturale, la caccia e l'incremento demografico incontrollati avevano decimato senza scampo la popolazione di ibis siriani negli ultimi venti anni.

        Ma in realtà la decisione in cuor mio era già stata presa. Forse perché avevo già investito così tanto nella avvincente ricerca della colonia che io chiamo ormai "tribù": mesi passati nel deserto a interrogare più di un centinaio di nomadi beduini e cacciatori delle oasi e a decodificare le loro informazioni. Insomma non me la sono proprio sentita di "staccare i fili". Certo che l'interesse scientifico non mancava: infatti, gli sparuti ibis di Palmira sono geneticamente unici al mondo. A differenza di quelli marocchini, infatti, sono migratori, cioè trascorrono nel deserto siriano solo i mesi della riproduzione, sparendo per il resto dell'anno, nessuno sa dove.

        Fin dal momento della scoperta avvenuta nel 2002, con il mio team di siriani del Ministero Agricoltura, ci siamo occupati della protezione della colonia durante i 5 mesi che gli ibis trascorrono in Siria. Un lavoro difficile e dispendioso ma non impossibile, che ha dato finora risultati incoraggianti: la colonia è al lumicino, ma gli eremiti sembrano non volerne sapere di estinguersi, mostrando commoventi segni di vitalità riproduttiva. Di certo, prima della istituzione del programma di protezione, la colonia doveva incontrare problemi insormontabili a riprodursi, a causa del disturbo antropico. Ma un interrogativo riaffiorava sistematicamente: dove si trasferisce la colonia durante il periodo non riproduttivo? La risposta a questa domanda poteva venire soltanto dalla tecnologia satellitare.

        Così, in collaborazione con BirdLife International, già dal 2003, abbiamo provato disperatamente a catturare e marcare con trasmettitore satellitare almeno un Ibis eremita di Palmira, ma senza fortuna. Come spiegato nell'articolo nello scorso numero di Quaderni di birdwatching, ci siamo impaludati in un complicato groviglio politico-istituzionale che ha bloccato tutti gli sforzi. Una specie di incubo. Per circa un anno mi sono sentito un po' come se fossi alla guida di una ambulanza, con a bordo un ferito gravissimo da portare al pronto soccorso, e mi ritrovassi a tentare di correre su una strada fatta di... colla.

        Ho dovuto così rilevare che le scienze naturali e la tecnologia sono in realtà ingredienti secondari nel cocktail che costituisce la conservazione della natura - sicuramente secondari per esempio rispetto a economia e politica (che sia nazionale, regionale, delle organizzazioni internazionali etc.). Il primo tentativo di marcaggio satellitare coincise per esempio con lo scoppio della guerra in Iraq, il cui confine è solo a un centinaio di km a sud di Palmira, con i risultati che si possono immaginare.

        Abbiamo dovuto quindi far di necessità virtù, e nonostante l'urgenza di agire, ci siamo immersi nel ginepraio vischioso della cosiddetta advocacy: ovvero, la sensibilizzazione politica. Una mostra fotografica organizzata con Birdlife nella città vecchia di Damasco nel febbraio 2006 e il coinvolgimento diretto della First Lady siriana, hanno quest'anno finalmente spianato la strada all'operazione di marcaggio satellitare. Per la verità quest'anno la situazione era iniziata in modo gramo: solo 4 ibis erano tornati a Palmira in febbraio, per riprodursi (fortunatamente assortiti in modo da formare esattamente due coppie): in 4 anni cioè si sono persi ben 3 adulti riproduttivi! È stato allora che ho lanciato un grido di allarme, e per fortuna la National Geographic Society e la Royal Society for Protection of Birds hanno risposto positivamente con lo stanziamento di fondi sufficienti a realizzare l'impresa.

        Ed è stato proprio a quel punto che, miracolosamente, il vento è cambiato: prima di tutto, ecco che a maggio, come d'incanto, sono apparsi dal nulla tre sub-adulti che si sono uniti alla colonia - diretto prodotto degli sforzi protezionistici realizzati a Palmira negli anni precedenti. Poi la riproduzione delle due coppie, sotto protezione 24 ore su 24 per 5 mesi, è andata a gonfie vele (3 pulli per nido, un record). Ma soprattutto, la grande notizia è stata che al quarto tentativo (e anno) consecutivo, finalmente, siamo riusciti a catturare ed equipaggiare 3 Ibis eremiti con i trasmettitori satellitari. Il primo ibis marcato è stato chiamato dai rangers siriani Salam (pace in arabo) - ma non ha portato molta fortuna, visto quel che è successo nel vicino Libano solo qualche settimana dopo -, il secondo, una femmina, è stato chiamato Zenobia - in onore della leggendaria regina di Palmira che osò sfidare Roma. Il terzo lo abbiamo chiamato semplicemente Sultan.

        A metà luglio scorso, come di consueto, la tribù degli ibis è scomparsa nel nulla. Ma intanto sono ripartiti in 13, non male, se si pensa che erano arrivati in 4! E poi la grande differenza è che quest'anno non si sono dileguati nel nulla, lasciando perdere le tracce: bensì sono ripartiti sbirciati a distanza, discretamente, dal vigile occhio dei satelliti.

 
IBIS EREMITI ONLINE
su RSPB.ORG.UK

        E così adesso esiste una pagina di internet che rivela periodicamente lo svolgersi del volo transcontinentale di questo singolare volatile che affascinò le prime dinastie di faraoni più di 5000 anni fa, e che è perfino menzionato nell'Antico Testamento come il messaggero di fertilità rilasciato da Noè nella Terra Promessa.

        E le prime conferme non hanno tardato a venire: infatti, secondo i musulmani curdi di un villaggio della Turchia (Birecik), dove fino a pochi decenni fa esisteva una enorme colonia di Ibis eremiti nidificanti su una rocca dentro il paese, il volo migratorio di questi uccelli indicava un tempo la strada ai pellegrini diretti alla Mecca.

        Ed ecco che la scienza conferma ancora una volta il sapere popolare: durante la settimana successiva alla partenza dal deserto siriano, gli ibis hanno volato verso sud in linea retta, entrando in Arabia Saudita e sfilando per l'appunto proprio accanto alla Mecca per poi andare a fare sosta, temporaneamente, nello Yemen occidentale.

        Ma la cosa che più conta è che forse negli anni a venire riusciremo a proteggere questi uccelli anche durante il resto dell'anno, lungo la loro rotta migratoria e nell'area di svernamento vera e propria (che potrebbe essere l'Altopiano Etiopico). Insomma il sogno, per la verità un po' ingenuo, di salvare questo brandello di bellezza del nostro pianeta da una scomparsa irreversibile sembra adesso meno visionario di qualche anno fa...


BACK

2006, Quaderni di birdwatching

Tutti i diritti di proprietà letteraria e artistica riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale senza consenso scritto.