Quaderni di birdwatching anno IX - volume 18 - ottobre 2007

Emozioni
Titolo
di Ennio Critelli

Lui era un tipo solitario.
Non per sua scelta, per caso.
Sopravvivere, all'inizio, era parso quasi impossibile.
Crescere e diventare grande era stata una scommessa continua e folle, tra mille avversità, mille pericoli quasi quotidiani.

In quel tempo aveva maledetto il fato, aveva desiderato ardentemente la compagnia dei suoi simili, il riparo di un gruppo nel quale rifugiarsi durante i momenti più difficili.
Erano stati giorni duri, avvelenati dall'invidia.
Li vedeva tutti ammassati, compatti, contro il fianco della montagna, al sicuro.
Come un gregge di pecore spaurite, si tenevano gli uni contro gli altri e, così facendo, si facevano scudo al vento, alla pioggia scrosciante, alle insidie degli animali.
Dai loro piedi si staccava un pianoro, una specie di terrazza lunga forse una decina di metri, e poi giù, il nulla, un baratro infinito a picco sul Mediterraneo.
Lui era proprio lì, appeso sul mare, le radici contorte ad ancorarsi sul piano da una parte e a puntellarsi sulla parete verticale della falesia dall'altra.

Gli elementi gli s'erano scatenati addosso infinite volte, cercando di schiantarlo, di svellerlo dalla roccia.
Durante notti cieche e tormentose avevano provato con la forza bruta, colpendolo con impetuose spallate di vento, poi, per giorni interi, avevano mandato centinaia di serpi d'acqua, turbinose e pazienti, a scavare direttamente nella roccia, a tentare di aprire ad una ad una quelle sue dita di legno nodoso.
Alla fine, lo sapeva bene, avrebbero vinto loro: era una regola di vita.
Tuttavia, anno dopo anno, tempesta dopo tempesta, lui s'era fatto grande e robusto, saldamente ancorato alla pietra, le fronde ampie spiegate come vele nello spazio libero attorno a sé, completamente proiettato nel cielo, quasi in volo al di sopra del mare.

La solitudine, ora, aveva il dolce sapore d'un privilegio.
Poteva beneficiare completamente dei caldi raggi del sole, non doveva lottare con nessun altro per il dominio dello spazio e le sue radici s'erano create lunghi percorsi sotterranei, dove spillare in abbondanza le sostanze nutritive.
Nessuno dei suoi simili, pressati contro la montagna ed immersi nella macchia mediterranea, aveva potuto svilupparsi allo stesso modo.
Molte piante, fatalmente, avevano finito per ostacolarsi a vicenda, duellando per contendersi la luce ed il cibo.
Qualcuna, quasi soffocata, era cresciuta rachitica, annichilita dalle fronde dei vicini, reclusa in un recinto vegetale, vicina eppure estremamente distante dal bordo del pianoro, dal sospiro possente del mare.
Lui, dalla sua posizione precaria ma incomparabile, poteva esplorare il mondo a 360 gradi.
E non si perdeva né un'alba né un tramonto, stupito ogni giorno dalla varietà dei colori che la Natura metteva in scena ad ogni stagione.

Non era un albero come tutti gli altri.
Era attratto dal cielo come da una magia strabiliante, inspiegabile, eterna, spazio indefinito ed impalpabile, contrapposto alla concretezza rude della montagna nella quale affondava le radici, alla materialità dei suoi simili e del suo stesso essere, fatto di fibre di legno aspro, avvolte su se stesse in un unicum che sentiva piccolo e tangibile, finito e mortale.

Eppure, qualcosa di quel sentore di diàfana vaporosità del cielo sembrava permeare in lui, forse attraverso gli stami delle sue foglie più tenere e nuove, fino ai più lontani recessi dei suoi canali linfatici, fino alle sue radici, invadendolo di una leggerezza angelica ed estatica.
Sentiva che, in qualche misura, era anche lui parte di quel cielo immenso il quale, a sua volta, apparteneva a qualcosa di ancor più grande, forse eterno.

Laggiù, ai piedi della falesia, il mare, come lui vivo sotto la volta del cielo, respirava con immensi moti d'onda.
A volte era tranquillo, addormentato sotto una coltre di miliardi di stelle galleggianti, dolce come un amore dolce.
Ma spesso, nella brutta stagione, si gonfiava di una collera improvvisa e rancorosa.
Ed allora scagliava i suoi cavalli furiosi e schiumanti contro le rocce, cercando di risalirne le pendici, turbinando su se stesso in mille gorghi profondi e cerulei, inarcando la schiena per scrollarsi il peso delle sue vertiginose profondità blu cobalto.

Il vento, in quei momenti, sembrava seguirne fedelmente l'umore.
Con moti d'anaconda s'arrotolava nell'aria umida di sale, prendeva velocità, precipitando dalle nubi fino alla superficie liquida, poi, d'improvviso, s'impennava con urla d'animale su per la parete, facendola vibrare, e finiva, esplodendo, in mille rivoli turbinanti contro la volta del cielo.
A lui, affacciato al balcone sul mare, questa follia del vento piaceva molto.
Gli portava l'odore della salsedine, l'aroma indefinibile di tutte le creature figlie del mare che solo raramente, da lassù, gli capitava di vedere.
Il vento aveva la capacità di scuotere le sue fronde, di fare oscillare i suoi rami più robusti.
Come in una danza semplice ed antica.
In quei momenti poteva immaginare d'esser fratello dei delfini, libero dall'immobilità di vegetale, non più incatenato alla Madre Terra da cordoni ombelicali lignei mai recisi, prigioniero del suolo, inchiodato alla roccia.
Non più anima imperfetta: né fredda come la pietra, ma neppure ardente come il sangue.
Paralizzato in un'armatura coriacea, per sempre.
Sotto la spinta poderosa del vento poteva ondeggiare su se stesso, protendendo le braccia verdeggianti dentro all'aria inebriante, regalando foglie al cielo come una vestale greca alle sue divinità potenti.
In quegli attimi di dolce anestesia si scordava di tutte le sue amarezze: era solo un sussurro di vita, un'anima libera capace di fluttuare nell'Universo.
Chi avesse ascoltato, in quegli istanti, tra i sordi muggiti del vento, i profondi mormorii delle sue fibre, avrebbe giurato che stava cantando.
Chi l'avesse visto, in quei momenti, avrebbe detto che era felice.


Ma c'erano delle creature particolari che lui ammirava in modo del tutto speciale.
Loro possedevano davvero la libertà del movimento, la grazia del cielo, la leggerezza delle nuvole, il mistero dell'eterno scorrere della vita.
Gli uccelli erano figli degli spazi sconfinati, trasvolatori del tempo, belli come utopie, liberi come i sogni.

All'inizio non ne conosceva né i nomi né le abitudini.
Si limitava ad osservarli.
Arrivavano da sud, a primavera, materializzandosi in mezzo al nulla, come partoriti dalle nuvole, come pollini liberati da alberi giganteschi ed invisibili, oltre la stratosfera.
Alcuni erano piccoli, fragili e frementi, altri grandi e maestosi nei loro lenti voli veleggianti.
Intuiva che tutti quegli esseri stavano affrontando un viaggio incredibile, fantastico e pericoloso.
I piccoli uccelli, in particolare, sembravano i più provati.
Nei giorni di cattivo tempo li vedeva arrivare lottando contro il vento, arrancando, metro dopo metro, per conquistare quella punta di roccia protesa nel mare, approdo salvifico in un'ostile immensità d'acqua.
Alcuni si arrendevano, precipitando lenti come fiori appassiti tra i gorghi schiumanti.
Altri si gettavano spossati ai suoi piedi e lì restavano, aspettando che la vita decidesse se valeva la pena di lottare ancora, se vivere oppure lasciarsi morire.
I più forti, e i più fortunati, arrivavano a frotte e si posavano tra i suoi rami, saltellando frenetici alla ricerca di piccoli insetti e di rugiade zuccherine.
Poi c'erano gli altri, gli uccelli dalle ampie ali, che, invece, passavano alti sopra di lui, proiettando al suolo le loro grandi ombre fuggenti.
Li osservava a lungo, affascinato dalla loro sicurezza e maestosità, dal loro incedere lento, con rari colpi d'ala, dal loro scivolare su sentieri invisibili, tracciati in mezzo all'aria profumata della stagione nuova.
Chissà, da lassù, quali panorami mutevoli potevano vedere quegli esseri celestiali, quanta vita dovevano sentir pulsare nel loro cuore mentre il vento frusciava tra le piume, mentre le estremità delle loro remiganti suonavano con tocchi lievi la sinfonia del volo veleggiato.
Lui poteva solo immaginare, tendendo le fronde sul mare, e lasciare che il soffio del vento tra le foglie gli desse, per un istante, la vertigine del volo.

Per anni ed anni si colmò di quelle visioni migranti, di quel passaggio continuo di esseri volanti e sconosciuti.
Per anni ed anni si beò, semplicemente, di quel contatto fugace, si inebriò dei loro frulli d'ali e dei propri voli, immaginari, dal bordo della falesia.
Poi, un giorno, arrivarono gli umani.

Molte volte aveva ricevuto la visita di animali che popolavano la macchia.
Per lo più erano piccoli roditori che, con il favore delle tenebre, si spingevano ad esplorare la radura alle sue spalle.
In alcune occasioni una timida volpe aveva fatto capolino dalla macchia, timorosa se proseguire fino al bordo del pianoro all'inseguimento delle sue piccole prede.
Gli uomini erano passati solo poche volte.
Forse perché non c'era nulla, su quell'estremità di roccia lontana dal mondo, che valesse la pena di essere raccolta o mangiata.

Non si fidava degli umani.
Sapeva che erano più imprevedibili delle tempeste e che la loro furia poteva essere malvagia e irrefrenabile.
Per questo, appena i due bipedi sbucarono dalla macchia, sentì il lampo di un brivido attraversargli per intero le fibre.
Li osservò con attenzione.
Erano carichi di attrezzature mai viste prima e di cui non conosceva lo scopo.
I due si avvicinarono al suo tronco, posarono gli strumenti sull'erba e si sedettero all'ombra delle sue fronde.
Non mostravano un interesse particolare nei suoi confronti.
L'uomo e la donna parlottavano allegramente e, dopo un poco, aprirono due treppiedi e ci fissarono sopra dei congegni tubolari.
Con calma presero a scrutare l'orizzonte attraverso degli arnesi che portavano appesi al collo e, intanto, commentavano le condizioni metereologiche, la visibilità della giornata, la forza del vento.
Decise che non erano pericolosi.

Quando, nel cielo, comparvero i primi migratori, gli umani sembrarono improvvisamente animati da una sorta di eccitazione elettrica e si avventarono sui loro cannocchiali come se non volessero perdersi neppure un dettaglio di quei remoti viaggiatori alati.
Dapprima furono solo pochi individui, isolati, ma, ben presto, la giornata turbinò in un'incredibile susseguirsi di avvistamenti, di termiche affollate di veleggiatori, di voli seguiti con attenzione, di identificazioni appassionate, di dati scritti sui taccuini.
Quei due, tuttavia, non erano dei semplici catalogatori, dei meri collezionisti di specie.
Sentì che avevano il suo stesso slancio, il medesimo entusiasmo per il cielo e che, come lui, ammiravano profondamente la bellezza e la libertà degli uccelli, al punto da trascorrere ore ed ore a contemplarne il passaggio, a discuterne, a fissarne le immagini sulla pellicola e dentro il cuore.
Questa scoperta lo rese più leggero, mitigò la sua solitudine, gli cambiò la vita, anche se i due birdwatchers non se ne resero mai conto.

Quel giorno poté assaporare con loro il piacere di momenti intensi, vissuti insieme, senza nessun affanno, fino a dimenticarsi dello scorrere, ineluttabile, del tempo.
Condividere quegli avvistamenti aveva un effetto magico.
Seguire il volo degli uccelli faceva bene all'anima.

Durante quella visita, e nel corso delle molte altre che seguirono, imparò, ascoltandoli, che ognuno degli esseri alati che osservava da anni aveva un nome, che molti venivano da luoghi remoti o andavano verso paesi lontanissimi.
Capì che, spesso, era possibile distinguere i maschi dalle femmine e dai giovani.
Seppe cos'erano le rotte migratorie, imparò il significato dei canti e molto altro ancora circa il comportamento degli uccelli.
Si scoprì ad attendere con ansia che l'uomo e la donna sbucassero dai cespugli, con le loro attrezzature, per fare birdwatching all'ombra delle sue fronde, con lui, lassù, dove la terra toccava il cielo e gli uccelli passavano da sempre, splendidi e irraggiungibili.

Anche le sue osservazioni solitarie divennero più appaganti.
A volte stormi di coloratissimi Gruccioni si annunciavano vocianti, poi s'avvicinavano, piroettando nell'aria, e finivano per posarsi proprio sui suoi rami ospitali.
In quei momenti sentiva un'aria d'Africa lambire le sue foglie, come se quei gioielli policromi si portassero appresso il calore ed i suoni di savane che lui non avrebbe mai visto.
Altre volte era il verso continuo delle Gru che lo salutavano chiamandolo dall'alto delle nuvole: avevano nel cuore i verdi colori, intensi, delle lontane terre dell'Est.
I passeriformi, a centinaia, di ogni specie, sfrecciavano ai suoi lati, vicinissimi, tanto da fargli percepire il sussurro del loro frenetico battito d'ala.
Di ognuno aveva imparato nome ed abitudini e ne attendeva l'arrivo, lieto, come se si trattasse d'amici di vecchia data.
Spesso stormi di rapaci arrivavano a pochi metri sopra di lui ed iniziavano a roteare in ampi cerchi, risalendo le correnti ascensionali che si formavano sul pianoro.
Ne poteva incrociare lo sguardo, ad uno ad uno, per cercare le tracce di quella felicità che immaginava ci fosse negli occhi degli angeli liberi.

Gli anni passavano, uno appresso all'altro, come lunghe file di neri cormorani.
Era diventato compagno d'osservazioni di quella strana coppia di birders che, ormai, tanto giovani non erano più.
Ogni volta si rinnovava il piacere della ricerca, dell'avvistamento, della scoperta.
Poi, immancabilmente, riaffiorava il sottile tormento, inconsolabile, per quella sua condizione di condannato a vita, recluso in un corpo rozzo ed angusto.
Se solo avesse potuto parlare!
Aveva migliaia di avvistamenti solitari da riferire, uccelli comuni e rarità, migliaia di drammi e di vittorie, migliaia di visioni da descrivere, in ogni condizione metereologica, sotto il sole più splendente o in mezzo alla furia scatenata degli elementi.
Perché solo lui, sentinella solitaria incatenata alla cima della falesia, conosceva ogni respiro di quel mare, ogni palpito proveniente dal cielo.
Solo lui, anima inquieta prigioniera della roccia, sapeva davvero quanta grandiosità era compresa, sotto la volta del suo piccolo angolo di mondo, tra il bordo erboso del pianoro e l'orizzonte curvo del mare.

Molte stagioni imperversarono sul suo vecchio tronco, con le forze incessanti della Natura e, con il tempo, i due birdwatchers non tornarono più.
Altri si avvicendarono sul pianoro ad osservare, per brevi periodi, anno dopo anno, lo spettacolo della migrazione degli uccelli.
Lui, invece, era sempre là, affacciato al bordo della falesia, ad ondeggiare nel cielo con quelle sue fronde contorte di vecchio patriarca e quella sua anima malinconica e sognante, fatta di nuvole e di piume leggere.
Chi avesse ascoltato, in quei momenti, tra i sordi muggiti del vento, i profondi mormorii delle sue fibre, avrebbe giurato che stava cantando.
Chi l'avesse visto, in quei momenti, avrebbe detto che era felice.


Epilogo

Il vecchio pescatore era uscito all'alba con la sua barca di legno antico.
Aveva in mente di arrivare fino alla punta dell'isola e lì calare la rete.
Non che volesse davvero pescare, ma omai il mare era penetrato così a fondo nel cuoio della sua pelle da tartaruga che restare chiuso tra le quattro mura delle sua casa, in paese, sarebbe stato peggio di morire.

Appena spento il motore era rimasto solo lo sciabordio di un mare calmo, quasi addormentato.
La quiete era totale nell'aria ferma, ancora velata dalle brume grigie di una notte che stava volando via.
Per questo, forse, poté udire con chiarezza il rumore che proveniva dalla cima delle rocce.
Era un rumore di pietrisco che, rimbalzando contro le pareti della falesia e rotolando su se stesso, iniziava a precipitare verso la superficie del mare.
Nei giorni precedenti c'erano state delle forti piogge e la cosa non lo meravigliò più di tanto.
Finché i suoi occhi non risalirono fino al punto più alto, là dove, da sempre, svettava contro il cielo un albero vecchio e tenace, i rami contorti dall'eterna lotta contro il vento, la corteccia simile alla sua faccia, scolpita dalla salsedine di una vita.
Gli sembrò di percepire una vibrazione, come se tutto l'albero fremesse fino alla sommità delle proprie foglie.
Un attimo dopo ci fu una specie di sordo schianto e l'albero iniziò a ruotare attorno alle proprie radici, in un movimento che parve il frutto intorpidito di una visione onirica.
Le fronde ed il tronco intero si chinarono lentamente verso il mare, come un tuffatore impazzito che si prepari ad un salto estremo e folle.
Ancora un momento, una sospensione del tempo, un equilibrio impossibile e poi l'albero si staccò dalla roccia, in un silenzio assurdo, ed iniziò a precipitare lungo la parete della falesia.
Il vecchio pescatore rimase impassibile ma, in fondo al cuore, un minuscolo pezzo della sua vita andò, per sempre, in frantumi.

L'albero proseguì la sua corsa verso il mare, poi scomparve dietro ad una grossa sporgenza della parete.
Il pescatore si aspettava di vederlo riapparire dalla parte inferiore, dopo un istante, così com'è nella logica delle cose e, infine, guardarlo tuffarsi schiumando nelle acque.
Ma l'albero non riapparve mai più.

Da sotto la sporgenza, invece, si materializzò una massa indefinita che continuò a precipitare per una decina di metri.
Poi, nel chiarore appannato del giorno nuovo, improvvisamente l'oggetto si aprì, spiegando due ali immense da rapace.
Con un boato d'aria percossa il rapace cabrò d'impeto verso l'alto, si avvitò nel cielo con una maestria senza pari e, senza neppure un battito d'ala, scomparve per sempre tra le nuvole.



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